Reale Società
Ginnastica di Torino

Fondata nel 1844

PASSIONI REALI

Intervista a Veronica Servente

Veronica Servente oltre a essere stata una grandissima atleta è un’istituzione della Reale, di cui ha varcato le porte la prima volta quando aveva solo sette anni ed era una piccola campionessa in erba. Oggi allena le ragazze che, come lei, hanno lo stesso sogno e la stessa passione, quella di calcare un giorno i grandi palcoscenici della ginnastica artistica.

Ciao Veronica, partiamo con una domanda facile: per i pochi che non ti conoscono, qual è il tuo ruolo alla Reale?

Ciao! Da cinque anni e mezzo alleno la squadra agonistica di ginnastica artistica, all’inizio mi occupavo solo dell’agonismo, le cose sono un po’ cambiate con il Covid, adesso diciamo che sono il riferimento anche per le bimbe un po’ più piccole. Le ho seguite via zoom nel periodo in cui la palestra era chiusa e adesso finalmente posso farlo anche dal vivo.

Com’è iniziata la tua passione per l’artistica?

Nel 1984, d’estate, i miei genitori hanno lasciato me e mio fratello da amici di famiglia per fare un lungo viaggio. Questi amici erano molto appassionati di ginnastica e quella era l’estate delle olimpiadi di Los Angeles. Ricordo che all’epoca io facevo nuoto con scarsissimo entusiasmo (ride), e guardando in tv queste ginnaste bellissime me ne innamorai all’istante. A settembre mia madre mi ha portato alla Reale. Dopo qualche lezione sono stata spostata nel pre-agonismo e da lì è andata avanti quasi senza che me ne accorgessi.

L’emozione più grande della tua carriera di ginnasta?

Probabilmente ci si aspetterebbe che rispondessi le Olimpiadi. In realtà non è così, nel senso che le Olimpiadi sono arrivate in un periodo in cui non ero al massimo della forma e avendo solo quindici anni, non sono davvero riuscita a cogliere quale fosse la differenza tra quella gara rispetto a un qualsiasi campionato del mondo. Poi col tempo l’ho capita (ride). In realtà i risultati che ho raggiunto nell’anno successivo sono stati quelli che mi hanno dato più soddisfazione. Ho vinto gli Italiani Assoluti, ho vinto Medaglie d’Oro al volteggio in campo internazionale, ho eseguito il salto che porta il mio nome…tra l’altro in quell’anno ero tornata alla Reale dopo tre anni di centro tecnico a Roma, quindi mi hanno dato il doppio della soddisfazione. È

Non siete in molti ad aver dato il nome a un salto…

È stata un po’ una combinazione di fortuna e impegno. Il nome a un salto nel codice dei punteggi lo puoi dare se presenti quel salto a un campionato del mondo o a un Olimpiade, e i giudici devono riconoscere la rilevanza dell’elemento nuovo. Già questo stringe parecchio il numero dei pretendenti. È capitato che io stessi studiando due salti al volteggio, per poter partecipare alle finali per attrezzi. Il mio salto senza mezzo giro esisteva già, ma a me col mezzo giro veniva meglio  (ride).

Cosa provi quando lo vedi?

Beh sono sicuramente molto orgogliosa, e tra l’altro oggi lo fanno molto meglio di quanto lo facessi io perché gli attrezzi sono più performanti.

E come sei come allenatrice? Girano voci che dicono tu sia un “sergente di ferro”.

Ti dirò mi sto ammorbidendo, forse l’età. La ginnastica è uno sport difficilissimo. Inizi a praticarla quando sei molto piccola, le ore di allenamento devono per forza essere tante anche solo per raggiungere piccoli risultati. Fa paura, è faticosa. E quindi mi sono un po’ resa conto che può essere una grande esperienza formativa anche senza puntare a obiettivi straordinari. L’estrema severità è utile soltanto in ambienti ad alta specializzazione, altrimenti può risultare anche deleteria. Il lato del divertimento e del piacere è altrettanto importante.

Lo so che è difficile, preferivi gareggiare o preferisci allenare?

Quando facevo ginnastica mi lamentavo un sacco. Del mal di schiena, della fatica, degli allenatori, del sistema… adesso mi manca tantissimo. Mi mancano quelle sensazioni. Mi manca arrivare in palestra, l’allenamento quotidiano, l’adrenalina, le cavolate fatte con i compagni di squadra. Adesso invece le gare le patisco tantissimo. Non esiste un ruolo di impotenza più grande di quello dell’allenatore. Sei lì e non puoi fare nulla, hai una ragazza che sai essere prontissima, allenata, ma magari quel giorno va in palla per una giornata no. Puoi cercare di aiutarla ma è impossibile entrare nella testa delle persone. E tutte sono diverse le une dalle altre. Quindi diciamo che allenare mi piace tantissimo, ma fare ginnastica era paradossalmente più facile.

Hai altre passioni oltre alla ginnastica artistica?

Quando ho smesso di fare ginnastica ho sentito il bisogno di staccare completamente. Ho finito il liceo e mi sono iscritta allo IED, lavorando poi in un’agenzia pubblicitaria per una ventina d’anni più o meno. È un mondo che mi incuriosisce molto e tutt’oggi se c’è la possibilità di fare qualche lavoretto di grafica non mi tiro indietro.

E come ti sei riavvicinata al mondo dello sport dopo vent’anni?

È capitato perché i miei figli hanno sempre frequentato la Reale, per cui in realtà io non mi sono mai staccata dalla palestra, è davvero la mia seconda casa. Le persone che la dirigono oggi sono le stesse di quando io avevo sette anni, per me sono come dei parenti. Poi per una serie di coincidenze ho partecipato come istruttore a un paio di stage e lì ho capito che era una cosa che avrebbe potuto interessarmi. Un giorno uscendo dall’ufficio ricevo la telefonata di Matteo [Lo Prete n.d.r]: mi chiedeva se mi fosse potuto interessare lavorare in palestra con loro. Ci ho pensato su qualche giorno e ho deciso di provarci. Aver fatto ginnastica non significa saperla insegnare, quindi ho iniziato subito a studiare per diventare tecnico federale. Ci ho messo due anni, per me una grande soddisfazione perché è stato davvero difficile.

Sogni e progetti per il futuro?

Speriamo innanzitutto che le situazioni tornino alla normalità a tutti gli effetti. Dal punto di vista della programmazione delle gare è stato molto complicato a causa dei rinvii, e nella ginnastica è fondamentale preparare l’obiettivo. Mi auguro questo e di continuare a lavorare bene in palestra trasmettendo alle ragazze la passione per la ginnastica come l’ho vissuta io, sperando di portare qualcuna di loro in un’accademia e vederle un giorno fare grandi cose.

Ultima domanda: com’è lavorare con il tuo compagno Andrea?

Io e Andrea ci conosciamo da trent’anni forse. E quando facevamo ginnastica lui non mi è mai piaciuto (ride). Però eravamo molto amici, abbiamo fatto un sacco di weekend e serate con gli altri colleghi della ginnastica. Quando mi sono allontanata di conseguenza ho frequentato anche meno l’ambiente. Poi due anni fa sono stata a Fano a un camp estivo, ed è stato bellissimo perché ci siamo riavvicinati e abbiamo chiacchierato un sacco. Quando poi sono ripartita ho sentito un vuoto e ho capito che forse c’era qualcosa in più di un’amicizia. È stato molto naturale e lavorare insieme per noi è molto bello. La vita di un allenatore è difficile da comprendere per chi non la fa. Niente vacanze, lavori il weekend… condividerla ci permette una grande serenità e sono molto felice.