Paola Giacomone

Ho iniziato nel 1947. Mia madre aveva fatto ginnastica da bambina alla R.S.G.T. e quindi, appena possibile, mi ci ha portato. Ricordo il cav. Rocca che diceva: "[…] si, si può provare a farle fare ginnastica, ma qui non c’è quasi niente e l’anno prossimo c’è un Concorso a Venezia, ma è impossibile per noi […]".

Bene! Abbiamo messo insieme una squadra e ci siamo andate in pompa magna, con una rappresentanza di dirigenti. Era la prima volta per tutte noi, che andavamo fuori casa senza genitori, ricordo poco o nulla delle compagne di allora, eravamo un misto di ragazzine come me e forse di ex ginnaste anziane. Ma è stato comunque l’inizio di un’avventura durata una vita. La palestrina al piano terra era angusta, gli attrezzi erano antidiluviani, c’erano pochi tappeti eppoi noi di tecnica ne sapevamo ben poco.

Poi è arrivato il cav. Randaccio e abbiamo impostato il lavoro della squadra per i Concorsi: La Spezia, Varese poi Firenze 1951. Io facevo il liceo D’Azeglio e andavo in palestra, era bellissimo. Ricordo ancora le parallele pari con gli staggi di legno, la pedana per le battute era pure di legno, grigia e dura.

Avevamo anche delle individualiste, ma il livello era abbastanza scarso, nella squadra invece eravamo più forti. Io facevo la dimostrazione degli esercizi obbligatori e ne ero molto fiera, poi provavamo, provavamo, e provavamo ancora: ore di marce e collettivi, a pensarci adesso sembra folle! Ma poi, quando andavamo ai Concorsi, noi della S.G.T, la squadra più vecchia, al Saggio sfilavamo sempre prime, con la nostra bandiera. Era una sensazione indescrivibile, allora si andava negli stadi: c’era il sole, le bandiere e la folla che applaudiva… Ancora adesso a pensarci mi vengono i brividi.

Poi gli anni sono passati e tutto è cambiato. All’inizio io, liceale, ero una mosca bianca nella ginnastica, successivamente come giovanissima istruttrice ero circondata da anziane ex-ginnaste e forzuti istruttori. Ed io sempre più mosca , sempre più bianca! Poco per volta, anche l’estrazione sociale si è modificata, è stato un processo graduale, sotto tutti gli aspetti: tecnici, di attrezzi, di istruzione. Le ginnaste studiavano, facevano l’Isef, arrivavano gli istruttori "veri"!

Però i ricordi più belli portano indietro, al breve periodo in cui veniva in palestra Paola Morgari, che era stata in Nazionale e per noi ragazzine faceva delle cose invidiabili; i consigli della Sig.ra Gera, che più tardi mi lascerà con piacere lo scettro della conduzione della Giuria in Piemonte, con tanta umiltà e simpatia.

Ho abbandonato a causa di un incidente che non mi permetteva più di fare assistenza, ripresi allora la squadra, quella la potevo fare: dovevo "far andare insieme" le coppie e le ginnaste abituate a lavorare individualmente. Era una specie di quadratura del cerchio e poi le atlete non avevano tempo per provare il collettivo, era una specie di battaglia continua! Le ginnaste più brave non amavano la squadra e avevano anche ragione, dal loro punto di vista. Pensavano fosse una perdita di tempo, ma non sapranno mai cosa vuol dire essere all’estero, schierate sul campo e a noi non suonavano l’inno italiano… E allora l'abbiamo cantato noi a squarciagola e all’altoparlante hanno detto: "Signori questo è l’inno d’Italia" e tutti si sono alzati in piedi, in silenzio.

La stagione dei grandi Concorsi si chiude definitivamente a Roma, non ricordo l’anno forse il 1959. Io ormai ero giudice, è stato l’ultimo grande Saggio allo stadio, noi dopo le gare collaboravamo con l’organizzazione: dalle gradinate lo spettacolo era bellissimo, mi pare di ricordare sia stato ripreso in TV.

L’incarico di giudice mi ha portato in giro per l’Italia prima, un po’ per il mondo poi. Ho conosciuto molta gente, lavorato e viaggiato tanto, stretto infinite amicizie e partecipato a interessanti discussioni tecniche. E poi ancora tanti corsi e tanti esami, tanti Codici punteggi…

Se il compito dell’istruttore è delicato e complesso, quello del giudice lo è anche di più. Quando ti trovi all’estero con la squadra nazionale, sei sotto la mira di tutti: avversari e italiani. Guai andar fuori di un "decimo" (misura di giudizio poi ulteriormente affinata in centesimi e millesimi). Quando indossi quella "divisa" ti senti veramente qualcuno, tutto il lavoro che hai alle spalle sparisce come fatica e diventa esperienza necessaria: dipende da te premiare chi merita, rispetto a chi merita meno. Il tutto trovandoti alle prese con un codice rivoluzionato che hai ricevuto da "mamma Federazione" al momento di salire sull’aereo. Unica giudice di lingua francese in mezzo ad altri 15 o 16 di lingua russa e tedesca (a Mosca ad esempio); oppure unica giudice di lingua francese a Pechino, quando tra inchini e cerimonie ti trovi davvero in un altro mondo!

Ma ne è valsa la pena, come esperienza sportiva e di vita.
Vorrei chiudere con un ultimo ricordo. La sera in cui il tornado buttò giù la Mole, noi avevamo il Saggio in Società: pioveva, non c’erano i Tram, ma lo stesso noi tutti siamo arrivati in palestra. Le ragazze portando appeso sull’attaccapanni il costumino di piquet bianco…
E abbiamo fatto il Saggio.