Paola Morgari

Storia: 

Dal 1935, per quattro anni della mia giovinezza, la Reale Società Ginnastica di Torino è stata la mia seconda casa, anzi: la mia amica casa.

Quei muri che formano l’angolo di Via Massena con Via Magenta, l’androne e il salone al pianterreno, per davvero mi abbracciavano quando salivo con due balzi i gradini dell’entrata, reggendo sotto il braccio sinistro i libri e i quaderni tenuti insieme da una semplice fettuccia e nella mano destra, una vecchia borsa con il costumino blu da ginnasta.
Una mia compagna di classe, figlia dell’allora Direttore della Magenta, mi aveva invitato a visitare quella vecchia e gloriosa istituzione.

Quando sono nata era da poco terminato il primo conflitto mondiale. I genitori della mia generazione, pur non conservando in cuore il ricordo di tanto dolore, di tanti sacrifici, incominciavano a ricostruirsi un avvenire, ma certo non c’era da rallegrarsi troppo della vittoria. Molti lavoratori si ribellavano, molti reduci di guerra chiedevano aiuto. Gli italiani tutti, volenti o nolenti, erano obbligati a darsi un certo assetto. Riemergevano lentamente, per fortuna, anche le occupazioni ricreative, intellettuali e sportive. Si organizzavano convegni d’arte e di letteratura, si fondavano i dopolavoro, nuove palestre e circoli che invitavano i giovani a un miglior stile di vita.

Le donne adesso, sempre più numerose, volevano partecipare a quelle attività più che meritate dal momento che, loro, avevano sostituito così bene negli uffici e nelle fabbriche, i fratelli e i padri mandati al fronte.

Alla Magenta dunque, si iscrivevano tanti giovani, i ragazzi ansiosi di praticare il basket, l’attrezzistica, ma anche gli esercizi preparatori a sport come il canottaggio, lo skating, il judo la boxe, il rugby e… il sempre più presente football destinato a chiamarsi presto calcio.
Le giovani donne invece, in vista di nuovi Concorsi Federali, eseguivano in palestra esercizi di squadra, nei quali si metteva in risalto il senso del ritmo e l’armonia dei movimenti. Gli esercizi a corpo libero potevano essere arricchiti da veloci rotazioni di clavette, cerchi, giunchi.
Quelle atlete che invece preferivano l’esercizio individuale, si cimentavano alla trave oppure al salto in alto a piè pari da fermo (salto "molto dignitoso" senza tanto sventolio di gonne). Ma poi perché no? Viva la libertà: era venuto il momento di volteggiare anche al cavallo e alle parallele!

Le ginnaste degli anni '20 finalmente si abbigliavano alla sportiva: camicetta bianca e pantaloncini sbuffanti sopra il ginocchio, color blu o neri. Una certa atleta, oggi felicemente ben avanti con l’età, potrebbe raccontarvi ancor meglio di me cose di quel periodo: si tratta della nostra cara amica Danila Della Casa che, applicando la filosofia del "mens sana in corpore sano", gareggiava alla Magenta e nello stesso tempo si laureava all’Università con lode, facendone poi parte.

Col passar degli anni l’agonismo veniva sempre più favorito. Nel 1935 avevo quindici anni e frequentavo le medie superiori con la speranza di poter un giorno raggiungere una valida professione. Era anche il momento in cui la Società Ginnastica (la parola Reale era lasciata un po' in disparte) cercava elementi per formare un gruppo di attrezziste da mandare l’anno seguente alle eliminatorie per le Olimpiadi del 1936 a Berlino.
Ideatrice del programma individuale e di gruppo a corpo libero e agli attrezzi, era la professoressa Floriana Dardano. Era il giorno in cui la mia compagna di scuola Laura Gera mi aveva condotta da lei. Sorridendo ci siamo presentate mentre, dentro di me, la vista della simpatica signora ritta accanto a certe strane parallele, mi provocava un colpo di fulmine: il destino mi offriva un modo per reagire al più triste momento della mia vita…

In breve, al principio dell’anno era capitata una disgrazia per cui la palazzina in Torino della mia famiglia, del nonno e dei suoi figli, tutti pittori, lo studio con le grandi tele sui cavalletti…. Tutto doveva scomparire, doveva cioè essere affittata ad altri in attesa che fosse venduta. A gennaio il nonno era morto all’improvviso. Da stoico quale era, mai aveva rivelato di soffrire d’un male senza scampo. Aveva continuato ad aiutarci e a mantenerci, dipingendo tante e tante bellissime opere. Tutto finito, adesso la mia famiglia si divideva e si disperdeva.

Fra le tante amate cose che non avrei più visto, c’era il giardino della casa. Era un’area verde, ampia, coltivata a rose e ortensie. Nel mezzo un alto albero di kaki, di lato un enorme glicine rampicante e al fondo, un lungo pergolato d’uva americana. Fin dai primi anni avevo imparato ad arrampicarmi su in compagnia dei nostri gatti: mi appendevo ai rami, ai tralicci, camminavo in equilibrio sullo steccato… giocavo da sola e, proprio per caso, m’è sempre andata bene, non sono mai caduta malamente.
Ecco perché in quel primo giorno alla Magenta, in presenza della Dardano, così com’ero in gonnella a pieghe, calzette corte e scarpe basse (le ragazze piemontesi allora, avevano un’infanzia lunga) mi sono precipitata sulle parallele asimmetriche e, inventando scherzose giravolte, mi sono conquistata il posto nella squadra.

Ricordo con affetto quelle mie compagne. Oltre a Gera c’erano: Davicini, Pescarmena, Sartorio, Richelmy, Vigliani…eravamo tutte amiche.
Floriana Dardano, più che trentenne, aveva iniziato la sua attività di insegnante di ginnastica prima degli anni Venti, sotto la guida intelligente del Monti e del Mazzarocchi entrambi direttori delle attività ginniche della Federazione Nazionale ma anche ben noti esperti di fisiologia dello sport. I loro testi sono stati per me poi materia di studio. Il professor Monti aveva introdotto le basi di questa nuova scienza proprio qui a Torino, anzi qui aveva ancor prima lottato per l’introduzione dell’ora di educazione fisica obbligatoria in tutte le scuole del regno.
La Dardano e le sue colleghe erano cordiali e affabili e, tutte, seriamente impegnate e colte. Ricordo con stima due sue colleghe: la Sacco e la Della Chiesa.

Floriana Dardano con me era molto paziente. Mi allenava nei pomeriggi, dopo l’orario scolastico e lo faceva molto disinteressatamente, perché la Magenta, allora come adesso ha sempre sofferto con dignità di un commovente deficit di sostegni concreti. Grandi parole, lodi, sì, ma soldini… niente.

Tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, i circoli sportivi e le palestre erano frequentati dalla borghesia e dall’élite piemontese. I baldi giovani volevano rappresentare l’avanguardia del progresso… però, mi raccontava il nonno, che molti di loro spinti da una naturale generosità seguivano l’esempio di De Amicis, Lombroso, Graf, Treves… e si prodigavano nelle "barriere" della città per insegnare a leggere e scrivere agli operai, per far aumentare le loro misere paghe, per impedire che tanti bambini a cominciare dai sette anni fossero mandati al lavoro.

I miei vecchi avevano frequentato tutti l’Accademia di Belle Arti, detta poi Albertina, partecipando ai corsi e insegnando agli allievi la pittura e l’affresco. Le sorelle dei nostri artisti invece, pur limitandosi ad apprendere l’arte in famiglia, partecipavano a mostre nazionali e internazionali. Una delle mie zie è stata anche musicista. È diventata concertista d’arpa. Era andata a perfezionarsi a Berlino. Le simpatiche e intellettuali sorelle di papà sono state le prime torinesi ad inforcare la bicicletta per compiere con i fratelli e i loro amici allegre gite nei dintorni della città.

Per ricordare ancora gli anni '30 di Floriana Dardano, vi dirò che lei, all’inizio delle scuole riceveva l’incarico, dalla Federazione Italiana, di creare gli esercizi obbligatori per il campionato nazionale di ginnastica artistica e naturalmente di provvedere ai ben più facili esercizi scolastici femminili da esibire nel Saggio annuale che si teneva il 24 maggio in tutti gli stadi d’Italia. Così, dopo le feste di Capodanno, la mia coscienziosa allenatrice chiedeva gentilmente al preside della mia scuola di concedermi una breve assenza e mi portava prima a Roma, poi in Sicilia (Messina) e in Calabria (Reggio) perché gli istruttori di quelle palestre pur avendo ricevuto la sequenza delle posizioni accuratamente descritte e fotografate poi, di solito, non le interpretavano correttamente. Si rendeva necessaria la dimostrazione fatta dall’atleta in persona. La Dardano sosteneva che ogni movimento di ginnastica femminile dovesse esprimere la grazia e l’agilità della donna. La "fluidità", diceva lei.

Però, alla fine degli anni '30, l’attrezzistica era sempre più espressione di forza muscolare con alti gradi di difficoltà a scapito della pura bellezza.
Un bel giorno la mia cara allenatrice si rivolse ai suoi colleghi istruttori della squadra maschile campioni, allo scopo di studiare nuovi esercizi per me, secondo le mie possibilità, più simili a quelli dei Concorsi all’estero.

Così sono diventati miei allenatori i due ex campioni assoluti della Magenta: Magone e Gianninone.
Soprattutto quest’ultimo, che ricordo con gran riconoscenza, mi ha ben consigliata nella scelta di ampi volteggi e uscite in "salto mortale" a corpo teso alle parallele, al cavallo e anche alla trave.
La Società Ginnastica teneva corsi di preparazione all’atletica leggera. Molte di noi si presentavano anche sulle piste dello stadio. Laura Gera partecipava a gare di corsa come , prima di lei, avevano fatto la Dongiovanni, la Gotta, la Scolari. Laura aveva ottenuto grandi risultati nella staffetta 4x100 e nel salto in lungo.

Nel 1937 ho rinunciato a frequentare la piscina olimpica dello stadio comunale, a giorni alterni con la ginnastica. Notata la mia gran voglia di tuffarmi, Ettore Masoero si è allora offerto di allenarmi, anche lui però nei momenti liberi dal suo lavoro. Era stato campione italiano di tuffi dai 3 metri e specialmente dai 10 metri. Molti anni prima era stato anche campione di attrezzistica nella squadra della "Magenta" guidata da Magone. Masoero, eccellente tuffatore ancora, dunque ottimo allenatore, considerava molto naturale (com’è ben dimostrato anche oggi) il passare dalla ginnastica alle evoluzioni nell’aria scattando dai trampolini di ogni altezza.

Terminata con un buon diploma la mia scuola, durante gli anni successivi e fino all’autunno del 1939, ho partecipato a ogni concorso e campionato nazionale di tuffi e di ginnastica artistica della mia cara società, della GIL, del GUF (littoriali) mentre il nuovo conflitto mondiale infuriava già su parte dell’Europa.

Nell’ottobre di quell'anno a Forlì, vinta un’ultima medaglia, ho accettato un’insolita offerta: la borsa di studio per l’Accademia Femminile di Educazione Fisica a Orvieto. Questo voleva dire tre anni di severa disciplina. Con enorme amarezza ho rinunciato alla mia carriera sportiva, ma intuivo che dovevo prepararmi presto a un lavoro sicuro per un futuro che si profilava incerto.
Falliva la folle avventura della Blitzkrieg e per tutto il mondo la guerra diventava una disgrazia inevitabile. La guerra avrebbe coinvolto anche noi?
L’attesa era lunga e piena di incognite.
Addio cari amici della "Magenta"...